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E' tornato alla Casa del Padre

Il Cireneo e il centurione, due personaggi "minori"

Nei racconti della Passione di Gesù sono indicati due personaggi che interagiscono brevemente con lui e poi spariscono.

Vediamo allora chi sono e che fine hanno fatto sia nella tradizione del nuovo testamento sia nei racconti apocrifi o dei Padri della Chiesa.

Il primo che incontriamo è Simone di Cirene, citato nel Vangelo di Matteo ed in quello di Marco: Gesù non ce la fa più a portare sulle spalle l’asse orizzontale della croce (il patibulum), è già caduto alcune volte, allora i soldati romani “costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna” (Mc 15,21). Cirene era una città delle Libia dove si trovava una colonia giudaica fin dai tempi della deportazione babilonese: molti ebrei erano fuggiti in Nord Africa per salvarsi. Il nostro Simone è un immigrato, maghrebino che lavora (forse in nero, forse come schiavo, con salario da fame) nei campi vicino a Gerusalemme. Sta tornando a casa e si ferma a guardare quello che succede in città e qui è bloccato dai soldati e costretto (requisizione personale, si diceva allora) a portare la croce.

Immaginiamo la scena con gli occhi dei nostri giorni: il soldato vede Gesù cadere, “centuriò, er condannato nun gliela fa più… che famo?”. Il centuriore si guarda intorno e risponde: “Ce stà l’extracomunitario che raccoglie pomodori, prendi lui”, “Daje, che ce famo due risate”. E così il Cireneo si sostituisce a Gesù nel portare la croce e diventa, col buon Samaritano, simbolo ed esempio di volontariato incarnando l’ordine evangelico di aiutare il prossimo gratuitamente senza chiedere nulla. La quinta stazione della Via Crucis farà di Simone il Cireneo un ricordo perpetuo per la liturgia.

Ma c’è di più. Il Vangelo di Marco prosegue così: “Simone di Cirene… padre di Alessandro e di Rufo”. Il primo figlio, dicono i biblisti, forse è quello menzionato in Atti 19,33-34, chiamato a tenere un discorso a Efeso in difesa di Paolo. Rufo, secondo figlio di Simone, divenne un credente molto venerato a Roma. La madre, quindi la moglie del Cireneo, è così ricordata da Paolo: “salutate Rufo prescelto nel Signore e sua madre che è una madre anche per me” (Romani 16,13). Per concludere possiamo ipotizzare che l’incontro con Gesù al Calvario abbia così colpito il nostro Simone da fargli abbracciare la fede cristiana e da convertire tutta la sua famiglia. Probabilmente sarà missionario ad Antiochia (Atti 11,20-21) dove si dice che i credenti di Cipro e di Cirene annunciarono per primi il Vangelo e poi i suoi figli andarono ad Efeso e a Roma. I Vangeli dedicano al Cireneo un solo versetto, lui tutta la vita a Gesù.

LA TESTIMONIANZA DI UN CENTURIONE

Il secondo personaggio di cui ora vogliamo parlare è anonimo. I Vangeli lo ricordano come il centurione, quello che con la propria lancia squarciò il petto al Crocifisso (Gv. 19,34). Il centurione era a capo dei soldati che accompagnavano i condannati al luogo di esecuzione e ne erano responsabili. Dovevano evitare che scoppiassero tumulti per liberare i prigionieri e dovevano sovrintendere allo svolgimento della crocifissione, quindi attestare il decesso dei malfattori e riferire al governatore. Matteo, Luca e Marco ricordano che subito dopo la morte di Gesù “il centurione che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo disse: davvero quest’uomo era il figlio di Dio” (Mc 15,39), “il centurione dava gloria a Dio dicendo: veramente quest’uomo era giusto” (Lc 23,47).

Qui finiscono le testimonianze evangeliche sul centurione, ma i vangeli apocrifi e la tradizione cristiana antica parlano di lui. Innanzi tutto ci dicono che il suo nome è Longino, presente non solo sotto la croce, ma anche al sepolcro. Narra il vangelo di Pietro (2° secolo circa): “gli anziani presero paura e andarono da Pilato dicendo ‘dacci dei soldati affinché custodiscano il suo sepolcro così che i suoi discepoli non vengano a rubare il suo corpo’. Pilato concedette il centurione con dei soldati e andarono al sepolcro”. A questo punto Longino, stando a quanto riportato dal testo apocrifo, avrebbe addirittura assistito alla resurrezione: “i soldati videro il cielo spalancarsi e due uomini scendere di là avvolti in una grande luce… entrarono nel sepolcro … videro uscire dal sepolcro tre uomini e una croce li seguiva”. Longino corre da Pilato e dichiara “veramente era figlio di Dio”.

Nell’apocrifo Lettera di Pilato a Erode (la datazione è insicura) il governatore si dispiace di aver dato retta al tetrarca condannando Gesù anche perché dopo quel fatto ha avuto un sacco di grane e anche sua moglie, a cui Gesù apparve in sogno, lo ha lasciato “anche Procla, mia moglie, mi lasciò per andare con Longino, il fedele centurione, a vedere Gesù risorto. E lo videro in un campo, circondato da una grande folla, che predicava. E mentre tutti lo ammiravano stupiti, Egli li guardò e disse ‘ancora non credete in me Procla e Longino?”

La tradizione ricorda che in quel momento Longino si converte, lascia l’esercito romano e parte missionario in Cappadocia dove viene martirizzato. Una diversa versione lo vede invece tornare in Italia portando alcune gocce del preziosissimo sangue di Gesù per poi essere martirizzato presso Mantova. Lo si ricorda come San Longino il 15 marzo. A Gerusalemme nella basilica del Santo Sepolcro c’è la cappella di San Longino dove viene venerato più che altro dai fratelli ortodossi. Questa cappella si trova vicino al luogo della crocifissione, dove secondo la tradizione era sepolto il teschio di Adamo (… di qui Golgota, Calvario, ossia ‘luogo del cranio’), perché Longino era lì sotto la croce e lì è iniziata la sua conversione.

Enrico de Leon

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