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Dom, Giu
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E' tornato alla Casa del Padre

Aiuto, mi si è ristretto il ghiacciaio!

L’immagine qui in alto a sinistra faceva parte di un servizio fotografico un realizzato nell’estate del 2019 da Gianluca Abieri e Luigi Maletta.  Da allora la situazione è ancora peggiorata

Siamo sul versante nord occidentale del Rocciamelone (3.538 m.) e qui possiamo vedere, esagerando un po’,  il ghiacciaio in linea d’aria più vicino a Torino. Durerà ancora poco, perché si sta praticamente squagliando, degradato a nevaio. Nel bel mezzo un impetuoso ruscello  scorre verso valle. Ad ogni disgelo la vita del torrentello si allunga, lo zero termico sale un po’ più in alto e la superficie ghiacciata si restringe.

E’ pur vero che 10.000 anni fa il ghiacciaio primigenio della Valsusa arrivava fino all’odierna collina di Rivoli e che i cambiamenti climatici non sono una novità. Gli esperti ad esempio dicono che in tempi più recenti ci fu una “piccola età glaciale” tra il 1350 e il 1850: cinquecento anni di temperature più rigide che cambiarono radicalmente flora, fauna ed anche la vita delle popolazioni del Piemonte.  Poi una graduale inversione di tendenza, ma da qualche tempo l’innalzamento delle temperature si è fatto però rapido e percepibile nello scorcio di una manciata d’anni.

Tanto per dire, fino a un paio di decenni fa i torinesi sapevano del ghiacciaio del Sommeiller (in alto a destra in una vecchia foto degli anni Settanta). Era possibile arrivarci da Bardonecchia; qualche ardito aveva persino costruito una stazione sciistica con tre skilift per sciare d’estate sul versante francese del ghiacciaio. Erano gli anni Sessanta del secolo scorso,  una strada carrozzabile (forse la più alta d’Europa) arrivava fino al colle a 3.000 metri di quota.

Ebbene, il ghiacciaio del Sommeiller adesso è completamente scomparso!  

Gli impianti sciistici hanno chiuso definitivamente nel 1984. Nelle estati più fresche persiste qua e là qualche lembo di terreno innevato. Il permafrost alpino, cioè lo strato di gelo che tiene insieme le rocce friabili  nella fascia intorno ai 3.000 metri di quota, si sta inesorabilmente sciogliendo. Per esempio la cappella costruita in cima al monte Thabor di Valle Stretta (3.178 m.) sta letteralmente scivolando via verso il basso. E’ come se la roccia ghiacciata più superficiale stesse diventando poltiglia.

In Piemonte la superficie dei ghiacciai si è dimezzata nell’arco di cinquant’anni; gli ultimi cinque o sei  esemplari significativi, in via di estinzione, sono rimasti sul massiccio del Monte Rosa. Fenomeni impressionanti, come la lingua del ghiacciaio Belvedere nella zona di Macugnaga che è scivolata a quota 1.800 metri. Oppure eventi traumatici, come il distacco del ghiacciaio di Coolidge sulla parete nord del Monviso, trent’anni fa, quando un imponente massa di ghiaccio precipitò a valle. Episodi sempre più frequenti ed estesi, la catena di crolli e frane cresce di anno in anno e riguarda tutto l’arco alpino in un quadro di dissesto idrogeologico sempre più marcato dalle vette, alle valli, fino alla pianura.

Il clima si sta modificando, non nell’arco di secoli, ma a memoria d’uomo. D’inverno la linea di innevamento sulle nostre montagne sale sempre più in alto. Solo trent’anni fa i nostri genitori andavano tranquillamente a sciare all’Aquila di Giaveno, a Coazze pian Neiretto, a Montoso e a Paesana pian Munè, quota mille metri o poco più. I nostri nonni in pianura ricordavano nebbia, neve e ghiaccio costanti per almeno un paio di mesi all’anno.

Sulle cause e sul modo di arginare questo riscaldamento globale ancora si sta discutendo. Di sicuro questo c’è. Non è un opinione, ma un dato di fatto. Bastano un paio di gradi in più nei valori delle temperature medie e tutto cambia, non nel giro di un era glaciale, ma in quello di pochi decenni.

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