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Mar, Giu
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E' tornato alla Casa del Padre

Cancellare la storia?

Le prime avvisaglie della “cultura woke” si ebbero anche in Italia ormai qualche decennio fa, quando, in nome del politicamente corretto,

si cominciò a far ricorso in campo linguistico a giri di parole per sostituire termini ritenuti offensivi o comunque non consoni.

A mano a mano che la si usa e il tempo passa, la lingua si trasforma e si evolve in modo naturale, ma qualche volta sono gruppi di pressione in svariati settori o correnti di pensiero a cercare di modificarla.  “Woke” in inglese letteralmente significa “sveglio”  e parte dalla rivendicazione di diritti su diversi temi talvolta completamenti slegati tra loro oppure in qualche modo connessi da elementi di discriminazione: genere, razza, educazione e cultura, aspetto fisico, abitudini alimentari, colonialismo, sessualità, migrazioni, minoranze e appunto linguaggio.

La “cultura woke” parte dal presupposto che la Storia è espressione di chi detiene il potere economico e quindi politico. Negli ultimi secoli questa posizione dominante è stata esclusivo appannaggio dell’Occidente, riassumibile nella formula del “privilegio bianco” che quindi va sradicato. Si tratta quindi di rimuovere dalla memoria ogni traccia di questo predominio, vero o presunto, demolendo monumenti, impedendo la lettura di libri o modificandoli e cancellando dal web ogni espressione che richiami questo passato. Nel mirino sono finiti persino i classici latini e greci, fino a Shakespeare e tanti altri autori recenti. Così come gli estremisti della “cultura woke” chiedono di smantellare interi musei.

Non di rado si tratta appunto di operazioni linguistiche. In Francia per esempio è stato recentemente ristrutturato il grande Museo Vincennes delle Colonie di Parigi in cui per un secolo venne celebrata l’opera  “colonizzatrice e civilizzatrice” della civiltà francese. Ora si chiama “Museo dell’immigrazione”, il materiale esposto resta più o meno lo stesso, ma sono stati cambiati parecchi pannelli esplicativi. 

In Francia una ventina di anni fa è stata creata a tavolino la cosiddetta  “scrittura inclusiva”, con una serie di artifici lessicali - per la verità non sempre chiari e migliorativi - allo scopo di eliminare forme di  discriminazione. Di qui sono scaturite varie dissertazioni sui pronomi, sulle vocali finali delle parole, sull’uso dello o della schwa e sui maschili plurali onnicomprensivi.

L’obbiettivo è smantellare “le strutture di razza, di genere, dell’eteropatriarcato e di classe costitutive e connesse con il capitalismo globale e la modernità occidentale”.  

E però bisogna stare attenti. Non è che questa “cultura woke” altro non è a sua volta che una nuova forma di censura, addirittura preventiva?

Cfl

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